Quella che noi europei chiamiamo in modo molto semplificativo ed errato, palestra, ha per i praticanti di arti marziali un significato ben più profondo e significativo: è il luogo (jō) dove si segue la via (dō).
Nel budō (武道 lett. “la via (道 dō) della guerra (武 bu)”), il dojo è lo spazio in cui si svolge l’allenamento ma è anche simbolo della profondità del rapporto che il praticante instaura con l’arte marziale; tale ultimo aspetto è proprio della cultura buddhista cinese e giapponese, che individua il dojo quale luogo dell’isolamento e della meditazione.
Nella cultura orientale il dojo è il luogo nel quale si può raggiungere, seguendo la “via”, la perfetta unità tra zen (mente) e ken (corpo) e, quindi, il perfetto equilibrio psicofisico, massima realizzazione della propria individualità. La struttura gerarchica all’interno del Dōjō è, anche per l’influsso del Bushidō, rigida ed organizzata; il Sensei ne è il punto di riferimento e colui che stabilisce norme e regole, coadiuvato da altri insegnanti, suoi allievi che hanno raggiunto una conoscenza elevata e dagli allievi che praticano da più tempo (Senpai 先輩 ovvero “senior”) mentre gli allievi meno esperti (kōhai 後輩, “junior”) apprendono le regole dal maestro e si esercitano assistiti dagli altri insegnanti e dai senpai.
Nessun allievo avanzato prende dal dojo più di quanto esso non dia a sua volta: il dojo non è semplice spazio ma anche immagine di un atteggiamento, i dojo della “via” si differenziano in questo aspetto dai normali spazi sportivi: l’esercizio fisico può anche essere il medesimo ma è la ricerca del giusto atteggiamento che consente di progredire. L’allievo entra nel dojo e deve lasciare alle spalle tutti i problemi della quotidianità, purificarsi la mente e concentrarsi sull’allenamento per superare i propri limiti e le proprie insicurezze, in un costante confronto con sé stesso.
Si entra e si esce dal dojo inchinandosi: un segno di rispetto verso l’arte del ringraziamento per tutto ciò che di valido essa ha offerto. Anticamente nel dojo veniva eseguito il rito del soji (pulizia): gli allievi, usando scope e strofinacci, pulivano l’ambiente, lasciandolo in ordine per i successivi allenamenti. Tale gesto è il simbolo della purificazione del corpo e della mente: i praticanti si preparano ad affrontare il mondo esterno con umiltà, dote necessaria per apprendere e per insegnare l’arte marziale.








